Odio correre! O no?
RdG #20 - Racconto di un rapporto complicato
Immagine generata con Chatgpt
Domenica mattina: è quasi ora dell’aperitivo quindi è tempo di rettangolo di gioco, la newsletter da leggere comodamente seduti al bar, mentre sorseggiate il vostro crodino e siete inesorabilmente in preda alla dipendenza da arachidi salati.
Buona lettura (spero) e buona domenica.
Oggi un numero un po’ inedito. Ma per citare un mio caro amico “non di solo calcio si vive, giovane Matteo”.
L’altro giorno mi sono imbattuto in un podcast di Linee - Matteo Serra dal titolo inequivocabile “Quando e perché andare a correre è diventato una moda”.
L’ho ascoltato con una certa dose di apprensione per capire se fossi diventato pure io un modaiolo. Non che la cosa mi disturbi particolarmente, a essere onesti, ma meglio esserne consapevoli. Non ho saputo darmi una risposta. Giudicate voi
C’è un preciso momento dell’anno in cui decido di iniziare a correre. A me non piace correre. Eppure, per qualche oscura ragione, ogni anno il rito si ripete, sempre con le stesse modalità: lo dico ai miei amici di sempre, forse per convincerli che non sono poi così pigro o forse per ingannare me stesso poi programmo le sedute settimanali, riflettendo sugli orari in cui le temperature sono più miti perché comunque fa freddo pure a Cagliari. Infine scelgo l’abbigliamento tecnico e scarico l’app per tracciare il percorso e monitorare i miglioramenti, fedele al principio per cui ciò che non può essere documentato e poi condiviso in realtà non esiste. Quando sono particolarmente ispirato, e quasi sempre lo sono, prima di iniziare, mi dedico alla definizione della playlist o del podcast da ascoltare.
In verità non solo non mi piace correre ma non lo so neanche fare; non so se devo procedere con passi brevi e rapidi oppure con falcate più ampie; non so come posizionare le braccia: lungo il corpo, libere di assecondarne il movimento o ad angolo retto, imponendo una ritmica predefinita, più o meno intensa?
C’è un altro elemento ricorrente nel mio rapporto con la corsa: i migliori propositi durano il tempo di una giornata, due negli anni migliori, forse tre in qualche annata rara di cui ho ormai quasi perso il ricordo. Non so perché non riesco a imparare la lezione; cosa mi porta, ogni volta, a confidare che sarà diverso dall’anno precedente e da quello prima ancora?
Come probabilmente avrete capito, anche quest’anno è arrivato quel momento.
Il rito si è ripetuto con le stesse modalità di sempre. Ho recuperato dall’armadio i pantaloncini, poi ho scelto la maglia da indossare preferendo quella del Boca Juniors: per non sopperire avrei avuto bisogno de “los huevos” azul y oro e di tutto l’appoggio della Bombonera.
Dopodiché, siccome, come vi dicevo, ero pervaso dal classico entusiasmo di inizio attività ho frugato sull’archivio spotify e ho scelto un podcast di Stefano Borghi, che mi è parso un bel modo di andare incontro alla potenziale morte. E’ una circostanza che, nonostante il buonumore, non mi sono sentito di poter escludere a priori.
Ho persino deciso di utilizzare la fascia per mettere chiavi e cellulare, un acquisto che a tratti mi era parso l’affare della vita, l’oggetto che avrebbe letteralmente svoltato le mie uscite di running.
Infine ho impostato la sveglia alle 5.00 ricordandomi di quella famosa scritta su un muro di Cagliari: “la moderazione è l’anticamera del tradimento”.
L’entusiasmo era alle stelle.
Ho Iniziato con una camminata lenta poi via via più sostenuta per riscaldarmi e prendere il ritmo. Dopo qualche minuto inizio a fare sul serio: i passi brevi e lenti, le braccia piegate, la respirazione lievemente ostentata, anche se del tutto casuale; poi il ritmo è aumentato; dopo un po’, non so quantificare precisamente ma temo poco, la respirazione si è fatta più affannosa, le braccia hanno iniziato a muoversi dapprima in maniera meno coordinata per ciondolare poi parallelamente alle gambe, senza più alcun collegamento con il resto del corpo. Ho provato a ridurre il passo, il piede si è staccato con sempre più fatica dal suolo, più o meno come fanno i marciatori ma senza alcun tipo di tecnica; ho provato a ingannare la fatica concentrandomi sul podcast, su Ferguson che tira uno scarpino sul sopracciglio di Beckham, sulle uniche due persone che ho incontrato per strada chiedendomi se anche loro pensavano di me che sono pazzo come io ho pensato di loro. Sono passati 37 minuti circa: è molto o poco? Prima di darmi una risposta mi sono arreso già pensando a quando avrei ripetuto il rito, tra un anno circa, con la stessa insensata fiducia.
Ho vissuto la giornata carico a mille: non mi sono mai sentito così bello, intelligente e capace. Per lo meno non in contemporanea. Forse a causa degli effetti positivi dell’endorfina e per ringraziare del fatto di essere sopravvissuto ho deciso che avrei replicato due giorni dopo, riservandomi di cambiare idea all’ultimo, cosa che non ho fatto.
Sono passate tre settimane e sto andando a correre tre giorni a settimana. Perché ve lo racconto? Forse avevo bisogno di scriverlo per convincermi del fatto che tutto questo è reale.
Nel frattempo a Cagliari è arrivato il freddo ma non abbastanza per scoraggiarmi. Le mie prestazioni sono migliorate ma evito accuratamente di utilizzare qualsivoglia app per monitorare, nel timore di essere deriso dall’intelligenza artificiale.
Intanto domani è lunedì, giorno di corsa. Sono abbastanza sicuro di andare ma non si sa mai. Con la corsa, lo avrete capito, sto come d’autunno sugli alberi le foglie.
Per restare in tema, un bel pezzo del Post su come correva Emil Zapotek.
Per stavolta è tutto, se la pubblicazione vi è piaciuta potete commentare, condividerla con corridori dell’ultima ora, modaioli di vario genere e chi volete voi. Avrete la mia eterna gratitudine.
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A presto
Matteo
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Daje Matteo ci vediamo sulla linea di partenza
😂😂😂😂 ti adoro Cò